sexta-feira, 27 de março de 2009

Ferrara: Vogliono abbattere Papa Ratzinger


Giuliano Ferrara

Per capire di dove arrivi l’assedio ostile a Benedetto XVI, lasciato solo o aggredito per aver detto cose molto ragionevoli sull’Islam a Ratisbona o sul preservativo in viaggio per l’Africa, basta un po’ di storia. Giovanni XXIII fu percepito dal mondo, a cavallo tra la fine degli anni 50 e l’inizio dei 60, come una rottura e una crescita spirituale, e lo era [a rispetto dell'interpretazione del Concilio non come rottura, come vogliono alguni progressisti e tradizionalisti, ma a partite di un'ermeneutica della continuità come lo difende Benedetto XVI vedere il suo tremendo discorso ai membri della Curia del 22 dicembre 2005]. La Chiesa dei papi Pii, fino a Pio XII morto nel 1958, aveva pur fatto grandi cose e moderne, dalla Radio vaticana inaugurata da Pio XI all’enciclica scritta da Agostino Bea (sotto il successore) con cui fu accettato il metodo storico critico nella lettura della Bibbia; ma per l’essenziale la Chiesa si era consapevolmente e comprensibilmente intrappolata nella crisi modernista di fine Ottocento e degli inizi del secolo Ventesimo, quel che emergeva alla luce era il suo conflitto con il mondo dell’esperienza, della storia, del dinamismo sociale e culturale scagliato contro i dogmi e certe idee perenni custodite nel patrimonio di fede (la tradizione).

Giovanni, Papa buono, fu dunque accettato con tratti di mito e di lirismo leggendario, e la sua scelta di convocare un concilio di aggiornamento e di chiusura di certi vecchi conti tra Chiesa e umanità, con la luna sentimentale che rispondeva al Papa e lo induceva a mandare una carezza ai bambini, con l’apertura alle ansie e all’agenda del tempo moderno, fu salutata come un atto profetico che incuteva rispetto a tutti.

Ma da Paolo VI in avanti tutti i papi sono stati combattuti con veemenza, con acrimoniosità, con una tendenza al rassemblement conformistico sotto le bandiere di un’ideologia secolarista sempre vigile contro i progetti di restaurazione.

Con differenze di contesto storico decisive. Giovanni Battista Montini ebbe qualche momento di tregua perché era un papa conciliare, era l’erede di Giovanni, era il Papa dell’apertura a sinistra, un seguace teologico dell’umanesimo di Jacques Maritain, innovatore del pensiero cristiano del Novecento. Ma poi, a concilio chiuso e nella grande ventata di anarchia che percorse il “popolo di Dio”, Paolo VI si azzardò a scomunicare la pillola e la contraccezione, si mise contro lo spirito di banalizzazione libertina del sesso e dell’eros che si era aperto un varco nella secolarizzazione, e furono anni tormentati di isolamento e di durezze, fino alla morte nel 1978.

Il successore Giovanni Paolo II, eletto dopo il breve regno di Albino Luciani, fu accolto come “meritava” e dunque male, malissimo: da polacco, da anticomunista, da conservatore teologico e filosofico quale era. Però tre anni dopo l’elezione un turco armato dai comunisti bulgari e sovietici tentò di ammazzarlo scatenando emozione universale, il Papa fu identificato con la grande rivoluzione di libertà degli anni Ottanta, contro il comunismo da Danzica a Mosca, al Muro di Berlino, e quella sua forza profetica, insieme con la salute del corpo, la capacità apostolica in ogni itinerario del mondo, la lontananza assoluta dai giochi di curia, fino all’abbandono a se stessi dei vecchi apparati, tutto questo diede a Giovanni Paolo II un lasciapassare speciale, una forza d’urto cui nulla poteva resistere. La malattia, il calvario simbolico che dovette affrontare, sacralizzarono la sua grande popolarità e la trasversalità del suo magistero.

Contro Joseph Ratzinger, naturale prolungamento e anima teologica di Giovanni Paolo II, gioca un fondale della storia assai diverso e, quasi per contrappasso e ritorsione verso un quarto di secolo in cui il mondo ha subito il Papa, la grande voglia di far subire al Papa la dittatura ideale del mondo postmoderno e del suo relativismo etico.

Fonte: Panorama
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